Inner Uìl Europa

Cari amicici!
(vento che fischia)

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va bè, non so chi ci sia all'ascolto, ma se non mi avete più visto è solo perchè mi sono preso la mia bella febbre a 39.2 quest'anno e sono rimasto nell letto a sudare e contare gli sgrebi del soffitto per mantenere occupata la mente.

Come ben sapete,l'università ha indetto un concorso letterario con scadenza il 31 gennaio dove c'era un incipit e si doveva completarlo.
Non lo sapevate?
Bè nemmeno io, tant'è che sul sito di unito non c'è stato scritto niente(e io l'ho visitato quotidianamente per almeno un mese grazie ai casini del carico didattico di quest'anno),solo una mail mi ha avvisato il 26 gennaio. Siccome avevo 39.2 ho lasciato perdere, ma siccome anche, mi girano gli zebedei che facciano i furbi così, perchè i più malpensanti potrebbero pensare che si voglia "assegnare" soldi e buoni e ecc.ecc. a gente già conosciuta, vi sparo qua sotto l'incipit e ve lo continuo.

Non vi preoccupate, sarà palloso solo l'incipit.
I Candidati dovranno completare con un testo scritto in prosa il seguente incipit proposto dal
Magnifico Rettore:


“Quel giovedì di gennaio, lo stambugio che avevo preso in affitto a Torino mi parve più freddo che mai. Il mio corpo, diaccio malgrado le coltri che lo ricoprivano, non voleva saperne di rispondere ai comandi, non voleva saperne di levarsi e di affrontare lo giornata. Fu solo aggiogandolo a una forza di volontà che mai mi aveva difettato che riuscii ad abbandonare il letto.
Rischiarata dalla luce pallida che filtrava attraverso i vetri brinati dell'abbaino, lo soffitta portava le tracce amare della mia esistenza di studente: libri appoggiati a terra e chiusi da troppo tempo, mozziconi di candele e un paio di polsini bianchi che avevo indossato tre giorni prima per il veglione di capodanno. "Gran ballo per l'arrivo del 1889", così era impresso sul manifesto che troneggiava sulla porta della sala danze di Via Dora Grossa. E dentro tanti studenti, e sartine, e vino e musica.
Ma adesso tutto era passato: il vino, i balli, lo sartina bionda che avevo cinto ai fianchi... Contai i soldi che mi rimanevano: cinque monete, piccole, leggere come foglie secche. Fino al pomeriggio sarebbero bastati, poi ci avrei pensato: non sapevo che di lì a poco, per una delle imperscrutabili bizzarrie del destino, la mia vita sarebbe cambiata. Scesi le scale, sperando di non incrociare il signor Fino, il padrone di casa: con i suoi occhi severi mi avrebbe domandato della pigione e io non avrei saputo cosa rispondergli. E, per buona sorte, non lo incontrai se non dopo, in quella circostanza che mi avrebbe mutato per sempre.
La strada era ancora ingombra di neve ai lati, là dove gli spalatori ammonticchiavano quella che non veniva trasportata nelle ghiacciaie. Fu scavalcando uno di quei cumuli bianchi che vidi finalmente il signor Fino. Era al centro del selciato e col suo bastone da passeggio vibrava dei gran colpi a fendere l'aria, per allontanare i curiosi che avevano fatto capannello intorno a un carrozzino e al cavallo che lo tirava. Cos'era successo? Mi avvicinai, badando a non intercettare lo traiettoria di quel formidabile bastone, e capii lo ragione di quell'assembramento: un uomo, non più nel pieno vigore e tuttavia non vecchio, stava abbracciato al collo del ronzino e piangeva, accarezzando lo criniera dell'animale come avrebbe fatto con i capelli d'una sposa morente.
Guardai meglio e mi parve di riconoscerlo: ma sì. certo, non poteva essere che lui, il tedesco, anch'egli inquilino del signor Fino, seppure d'un alloggio ben più confortevole del mio. Santo cielo, il signor Friedrich Nietzsche, il pensatore di cui tutti all'università parlavano, stava lì, abbracciato a un cavallo, con l'occhio vitreo, più vitreo di quello della bestia, col viso stravolto dalla follia; stava lì in mezzo allo scherno, al ludibrio, al disprezzo di uomini dappoco, indegni persino di servirgli il vino in taverna; stava lì, con il solo padrone di casa a difenderlo dalla marmaglia.
Qualcosa come una rabbia sorda mi ribollì nelle viscere imponendomi di agire: la mia vita stava per cambiare.”

Ed effettivamente qualcosa cambiò, nella mia vita, ma non come voialtri aveste potuto pensare.
Tanta fu la mia emozione in quel momento,la mia rabbia,il mio ribollire, che per un solo attimo obliài il lungo pasteggio avvenuto alla scorsa festa di capodanno,in cui abbondai voracemente di una zuppa di fagioli,cipolle e legumi misti sapientemente preparata.

Così,mentre tutti non avevano occhi che per il vecchio piangente, mi frapposi in mezzo,ma nel movimento frettoloso un enorme e squassante peto fece vibrare la mia vita insieme con la cassa toracica, spargendo per l'aere sapore di pentola sporca e cipolle, spernacchiando i presenti più lontani e financo gettando nel fango nevoso un paio di cappelli dei più vicini.

La folla si divise immediatamente: chi rideva sguaiatamente e chi si scherniva le nari e fuggiva a rotta di collo,e pure il cavallo sbarrò gli occhi sentendosi amaramente battuto.
Ma il mio scatto non fu inutile: la folla venne alfine dispersa, poichè non a tutti era gradito l'olezzo che ormai ammorbava l'intera area.
Mi avvicinai allora al signor Fino, steso a terra e semisvenuto, poichè troppo presente alla mia performance di pochi secondi prima. Mi accertai che i suoi sensi fossero effettivamente venuti a mancare,cosicchè non dovesse chiedermi della pigione.

Il signor Fino era chiamato così per due motivi: quello più modano intendeva il suo nome come abbrevio di Serafino,derivato dal fatto che tutti cercavano di evitarlo,a causa delle pigioni da riscuotere,e accadeva di incontrarlo solo la sera,talvolta, e tutti lo salutavano. Per evitare ripetizioni, e dire "sera-sera-fino", la gente si limitava a dirgli " 'Sera, Fino".
L'altro motivo del suo nome derivava da più volgari vie, e dicerie, secondo le quali fossero state donne di strada di bassa lega a salutarlo abitualmente col nome Fino, con analogie alla sua dotazione maschile non esattamente esagerata.

In ogni caso, oggi era il mio giorno fortunato: il mio "Do di vita" aveva evitato la triste e fatidica domanda sull'affitto. Mi avvicinai allora all'uomo piangente, che in tutto ciò ancora non si muoveva nè profferiva verbo,limitandosi all'espettorato lacrimale.

-"Buon uomo, perchè mai piange?"

L'uomo mi guardò con i suoi grossi occhi liquidi e tremulanti e mi disse:
-"Piango, perchè questo cavallo viene ingiustamente frustato da anni, e non posso più sopportare di vederlo così sofferente. Ma non capite, sordida umanità,che il duo frusta-cavallo è affatto dissimile da quello frusta-uomo,quando anch'esso è schiavo, e che non vi sarà mai libertà per ogni uomo quindi,finchè anche un singolo cavallo continuerà a venire frustato?
Non capite che la crudeltà umana avrà fine solo quando ogni uomo si renderà conto che essere crudeli vuol dire anche solo frustare un cavallo? Non capite tutto ciò,folli sciocchi?"

E, parlando, menò un allodolìo di peto leggero e tintinnante,onde accompagnare adeguatamente il suo sermone.
Immediatamente capendo il suo stato d'animo,gli chiesi:
-"E' stato anche lei alla festa dell'altro giorno?"
-"Già.",disse tirando su col naso e giù col sedere.
-"Terribile quella zuppa vero?"
-"Non me ne parli, una tragedia, perfino i topi sono fuggiti dal mio appartamento."
-"Venga con me, conosco un posticino...un beverone un pò amaro forse, ma garantito contro i temporali intestinali."
-"La seguo volentieri", mi disse, preceduto da una sottile e lunga renzolina di contralto.

E così, slacciammo l'animale dal giogo,e ci avviammo per Torino alla volta del Babekkèr, il mio fido locale.

***

Durante la passeggiata, tra un rombo ed un tintinnio retrovocale, riuscii a fargli tornare il sorriso, e mentre scherzavamo e dileggiavamo allegramente dove una signorina dal vestito malmesso, dove un mercante dalla parlata sboccata, incontrammo un macellaio, a cui vendemmo il cavallo per un po’ di spiccioli.
-“Non posso sopportare di vedere questo cavallo ancora frustato”,mi disse con gli occhi che ridevano.
“E' meglio che lo venda! Così non lo vedrò più soffrire. Cosa ne fa il macellaio poi, ah, questo non lo so e non voglio saperlo! Non sono affari miei.”
Lo guardai sorpreso in faccia per un attimo.
“Ma tutto ciò…è crudele!”, gli dissi.
“Ahà.”
Un’increspatura veleggiò sulle sue labbra.
Scoppiammo a ridere insieme sguaiatamente, battendoci le mani sulle cosce e asciugandoci le lacrime,e ci avviammo verso il Babekkér. Eravamo entrambi felici per aver trovato i soldi per pagarlo.

***
Continua


4 commenti:

  1. Andrea Aloi

    Ho le lacrime agli occhi! XD
    Scrivi troppo bene, Tiekko, dovresti farlo di mestiere! Tanto, come informatico, non è che sfavilli! Scherzo... o no? O sì?
    >Proooot<
    Un sonoro peto mi solleva dalla spinosa (o Spinoza?) questione...

     
  2. Diego

    e non hai ancora visto la continuazione! ho appena finito di scrivere tutto,preparati! :D

    eehh mi piacerebbe scrivere..dovrei radunare un insieme di racconti e andare da qualche editore :D
    ma mi accetterebbero mai? no? si?
    vado anche io a sollervarmi...

    ...dalla questione diciamo!

     
  3. Anonimo

    leggere l'intero blog, pretty good

     
  4. Anonimo

    molto intiresno, grazie

     

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