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Se non l'hai già fatto,

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***

Chiacchierando, venni a sapere numerose cose su di lui: mi disse che era figlio di un pastore protestante ed una donna anch’essa figlia di pastore,mi disse che aveva una sorella e aveva avuto un fratello,poi morto, mi disse anche che era stato all’università e che aveva fatto il militare volontario: tre anni di militare a Küneö, ridente cittadina prussiana.
Stavo per chiedergli se aveva mai mandato una lettera a casa, per lo meno per sapere come stavano non dico i suoi genitori, ma almeno le sue pecore, che chissà da quanto tempo non vedeva, quando mi fece notare che tra i tanti avventori del locale era presente anche un individuo strano,particolare: portava un sacco di piume infisse su un copricapo che gli adornava la testa, e aveva strane brache sfrangiate. Ai piedi calzava mocassini senza galosce.
“Bravo ragazzo”,disse il mio amico,”niente galosce:le odio proprio”.
Guardando meglio, ci accorgemmo che in realtà stava vendendo qualcosa, poiché c’èra un piccolo crocchio di persone radunato intorno a lui.
“Andiamo a vedere cosa vende quel ciarlatano”, proposi io.
Avvicinandoci, sentivamo che contrattava.
“No. Io no meno di 20. Questo padre. Padre di mio padre. Padre padre di mio padre. Vendo solo per 25.”
“Affare fatto, aguzzino”, lo apostrofò uno degli astanti.
“Come ti chiami?”,gli chiesi.
“Toro Piegato”,mi rispose lui.
“Come mai piegato?”
“Tu mai provato esami di professore Grosso? Lui una volta detto: 'Miei esami ti PIEGANO.' . Io giovane, mai creduto lui, così provato dare esame con lui.”
“Ehi, hai sentito?”,dissi io,”questo parla come te il primo giorno che arrivasti in italia!”
Un dito di Nietzsche mi fece segno di continuare con il piumato, ma non fu esattamente l’indice,che vidi.
“Cosa vendi, Toro Piegato?”
“Io vende segreta miscela. Io viene molto lontano.”
“Io superato grande acqua,”continuò l’uomo,”io stufo. Tutti i giorni, tutto giorno, io sta davanti negozio di vendizione tobacco con sigari in mano e sorriso demente in bocca. Io stanco, arrabbiato di tutti che mi ignora, di bambini che mi sputa tra chiappe, di ragazzini che prende in giro perché dice che io guadagna tenendo bei sigaroni in mano.”
Non dev’essere stata una bella vita, in effetti, pensai.
“Così io cambiato. Io preso consigli di padre padre mio padre, coltivato segreto ricetta, e ora io fabbrica cosa. Fabbrica cibo speciale.”
“Che tipo di cibo?”,chiese il mio compare.
“Cibo che fa volare”, disse lui.
Il sorriso di Nietzsche creò una ruota di carro apache sul suo volto.
“Il mio sogno”,mi disse lanciando urletti gioiosi e saltellando in giro tenendomi le mani, “non capisci, posso finalmente realizzare il mio sogno!!”. Era estasiato all’idea.
“E che cos’è? Si beve? Si fuma?”, chiesi a Toro Piegato.
“No bere. No sfumacchia. Tu mangia.”
“Evviva,evviva”,continuava a saltellare Nietzsche,”non devo neppure rischiare di morire di tumore al cervello come mio padre!”.
“E quanto costa?”
“Tu quanto ha?”,mi disse Toro Che Forse Era Piegato Ma Sapeva Ancora Come Piegare Ad Angolo Retto Gli Altri.
“Quanto basta per due razioni”,risposi io. I sapientoni in geometria non mi hanno mai impressionato.
Effettivamente, dalla vendita del cavallo ci restava ancora un discreto gruzzolo, così contrattando accanitamente con Toro Seduto, anziché due lire per due porzioni, riuscii a strappare il prezzo di una lira e mezzo, più una scatoletta di tabacco da annusare ed un buono di novantacinque centesimi per una signora che faceva interessanti trattamenti ai sigaroni.
Toro piegato mi fu molto grato, soprattutto per quest’ultimo, e mi volle spiegare uno dei segreti dei suoi avi.
“Se tu pianta piccola parte di questo”,mi disse porgendomi un minuscolo involucro,”tu tranquillo che mangia quanto vuole e vola anche durante scioperi,questo è semenzatore di cosa che fa volare”.
Ringraziai e, intascato il semenzatore nella sinistra e le due razioni nella destra.
Nietzsche era raggiante. “Il mio sogno finalmente sarà realizzato,non vedo l’ora!”. Un po’ lo invidiavo: avevo il vago sospetto che per vedere finita la mia oceanica abbazia avrei dovuto aspettare più tempo.
Tornammo a casa, e ci rifugiammo nel suo alloggio, per timore di rappresaglie di Fino nei miei confronti dopo la mia performance di quella mattina.
Nietzsche non stava più nella pelle. “Dammi dammi dammi!”,continuava a ripetere come un bambino,”non posso aspettare ancora dai dai dai voglio provare presto!”
“Un momento”, obiettai io, “non è meglio se lo provi prima io? Dopo tutto, tu sei una grandissima persona, e se ti accadesse qualcosa nessuno potrebbe sopportarlo, e tantomeno il babekkaro, che avrebbe perso un nuovo cliente. Io invece sono uno vecchio, e sa già che su di me può contare anche se muoio.”
“Non è sbagliata come osservazione”, si sforzò di ammettere il mio compare,ma i suoi occhi brillavano d’impazienza e tensione. Per un attimo vidi perfettamente la sua mente suggerirgli di correre alla tasca della mia giacca e mangiare quella roba, costasse quel che costasse.
Poi la ragione ebbe la meglio.
“E va bene”, disse,”ma io resto qui. E appena torni, tocca a me!”
Diesegnammo un cerchio enorme per terra per decidere dove saremmo decollati nonché atterrati, e per rendere più precisa la cosa, ci facemmo anche una stella a cinque punte dentro. Io non fui molto d’accordo, perché mi inquietava un po’,ma Nietzsche mi convinse che era pura geometria e che,se proprio non mi sentivo tranquillo, ci avrebbe aggiunto delle candele rosse tutto intorno per segnalarmi meglio dove scendere, anche di notte. Così mi tranquillizzai e, preso uno dei due involti, mi portai al centro.
Aprii l’involto, diedi un ultimo cenno al mio compagno d’avventure, e mangiai tutto.
L’ultima cosa di cui mi accorsi fu che,invece che partire verso l’alto, battei una gran naticata sul pavimento.Poi, il buio.
Poi, lentamente, tutto intorno a me passò dal nero notte al blu, al grigio chiaro, finchè non fu come uscire dalle nuvole.
Vidi sotto di me il mio amico che mi guardava, vidi l’appartamento, la casa, la città, tutto che diventava sempre più piccolo e lontano.
Volai sopra tutte le città conosciute, sopra tutte le abbazie, mi segnai mentalmente che se volevo davvero costruire la mia chiesa dovevo preventivare più pietra di quella che avevo considerato.
Scoprii le colonne d’ercole, le superai,scoprii che nonostante l’america la terra era comunque piatta e sorretta da tre giganti, Atlante, Geografico e DeAgostino.
Vidi le stelle, la terra, il buio delle galassie ed il chiarore delle nebulose, poi tornai e volai così vicino al terreno da scoprire quale dopobarba usavano le formiche.
Dopo un tempo immemorabile, tornai.
Nietzsche era lì,che mi guardava disilluso.
“Non hai volato nemmeno di dieci centimetri”,mi disse,”ma hai fatto delle facce divertenti”.
Quando gli spiegai che in realtà,se il corpo non si era mosso, con l’anima avevo volato sicuramente, e gli narrai ciò che mi era successo, tutto il suo entusiasmo ritornò, perfino rafforzato.
“Voglio assolutamente provare! Voglio andare a vedere se quel cretino di Platone si fa il bidè, dato che dovrebbe essere inutile essendo solo apparenza!”.
Mentre mi riprendevo e mi sedevo vicino alla madia,su di una sedia intrecciata in vimini, Nietzsche prese dalla giacca il secondo involucro. Corse verso il centro del cerchio e lo svolse.
Appena finì di svolgerlo, cacciò un urlo e fece cadere a terra il pacco.
“Che succede?” chiesi, allarmato, saltando in piedi dalla sedia.
“Q-Q-Quella roba..”, disse, puntando il dito verso il pacchetto.
“Quella robe è…è….è…è un F-F-F-FUNGO!!!”, urlò.
“Ah, si, è vero,ecco cos’era quel non so che che mi ricordava il riso!”,dissi io. “Ma qual è il problema?Su avanti, amico mio, vola! VOLA!” , lo incoraggiai.
Lui non si mosse.
“Io odio i f..f..f..funghi”.
Capii immediatamente. I funghi non li aveva mai sopportati, me l’aveva detto anche al babekkér.
Rimase un tempo indefinibile immobile.
Poi,si fece paonazzo, tremò tutto, e cristalline gocce di rabbia presero a sgorgargli dagli occhi e a scendere sulle guance rubizze.
“Non potrò MAI volare”, prese a ripetere,”mai,mai,MAI!”.
Cercai di consolarlo con le parole, con il mio tono di voce, ma fu inutile.
Quando poi mi avvicinai per calmarlo ed almeno accompagnarlo verso una sedia,scoppiò in urla scomposte, si strappò i capelli e fuggì in strada, giù dalle scale.

Da quel giorno, non lo rividi più.
Mi arrivò solo qualche suo biglietto,che riconobbi per la calligrafia, in cui vaneggiava di voli petanti, cavalli che diventano generali, mondi trasfigurati e qualche assurda anticipazione su un tizio coi baffetti capo del mondo e un altro a forma di nano capo d’italia.
Si firmava con nomi quali “il crocifisso”,”l’anticristo”, “il Cavaliere”. Quest’ultimo mi parve particolarmente ridicolo.
Quanto a me, alla fine, la mia vita effettivamente cambiò.
Grazie al semenzatore, riuscii a riprodurre i funghi, cominciai a venderli e rapidamente fui prima in grado di pagare Fino ogni mese, poi di pagare l’intero condominio, e infine di pagare Fino per pulire l’ingresso dalle cacche dei cavalli.
Anche Fino,suo malgrado, divenne famoso, perché la sua mania di nascondere le cacche di cavallo sotto monticcioli di neve per far sembrare il lavoro già svolto, rese possibile la creazione di quella fanghiglia orrida per cui Torino divenne famosa in tutta Italia: la cosiddetta Pauta.

FINE

( Leggi la prima parte cliccando qui)

Era il Babekkér curioso luogo di ritrovo di Torino, frequentato da un guazzabuglio festoso e confusionario di genti mischiate dalle più nobili alle più basse origini, dai figli di madre più distinta e conosciuta nobildonna a quelli di madre ignota, o meglio Misteriosamente ignota, come si diceva ai miei tempi(diventato poi, abbreviandolo alla moda americana, M-ignota).
I figli di Mignota sono parecchi,al giorno d’oggi: spero la cosa possa migliorare col tempo e questa trista razza di uomo estinguersi perché, ahimè, soffrono di una condizione che io considero assolutamente poco invidiabile.
Condividevo il mio pensiero ad alta voce col mio nuovo amico, quando si fece serio tutt’a un tratto, mi prese per le spalle e guardandomi negli occhi mi disse:
“Bada, ragazzo, che questi figli che tu vedi con pietà sono come le patate:crescono ovunque e senza che tu lo sappia,e se non verranno presto sterminati tutti, potrebbero giungere anche ad occupare alte cariche: non mi stupirei, tra qualche secolo, vedere lo stesso regno italiano governato da un figlio di Mignota.”
Annuii,serio, ma non gli diedi una grande importanza. Del resto, come potevo? Stavo andando a braccetto con un uomo che fino a mezz’ora fa piangeva con un cavallo e non conosceva il Babekkér!
Era quest’ultimo, dicevo, considerato alla stregua di un ritrovo, di un club, di un luogo dove trovare amici e amiche che condividevano con te una passione(pari a quella di Cristo) ed una croce(pari a quella di Cristo), quella dello spignattamento petulinario.
Non è un caso, credo, che questo termine,usato per indicare la preparazione di cibi del volgo ma anche qualcuno aristocratico di particolare portata meteorica,si sia poi evoluto col passare degli anni, trsformandosi da petulinario in “culinario”.

Giungemmo al locale, che all’esterno si presentava come un piccolo ma profondo arco incuneato nella distesa di case addossate tra loro spalla a spalla,vòlte a formare lo scheletro di quelle vie che avrebbero fatto la Storia di Torino.
Entrando in questo piccolo arco, si giungeva in un piccolo cortile interno,sovrastato da case popolari dai panni eternamente stesi e stazzonati dai fumenti delle cucine,eterne sentinelle di quel luogo dall’erba spettinata e dall’urina parietale facile.
Una scaletta sulla sinistra portava ad un fosco seminterrato dai vetri vagamente bruniti,onde evitare sguardi indiscreti, sebbene in effetti il luogo richiedeva più che altro protezioni da orecchie indiscrete: strane esplosioni controllate provenivano dall’interno, ma il vociare allegro non ne veniva minimamente scalfito.
“Che posto particolare!”,esordì il mio germanico amico a quella vista.
“Non preoccuparti, se temi per la tua pelle, qui puoi sgombrare i tuoi pensieri”, gli risposi pacificamente. Il luogo era un ritaglio sacro dalla città, un porto franco utile ad ogni uomo: nessuno si sarebbe mai dato la scure sui piedi, distruggendo questo idillio.
Un nitrito di cavallo lontano ma acutissimo viaggiò sulla brezza malsana e calda che aleggiava intorno e raggiunse i nostri timpani.
“Ah, detesto i macellai”, disse il mio amico.
“Non me ne parlare”,dissi,”vorrei avere tra le mani quelli che vendono loro quelle povere bestie per mostrare loro quanto soffrono”.

Entrammo.

Una confusione festosa e scura, piena dell’odore di cipolle e alcool, permeava l’aria.
“Ma cos’è un Babekkér? Puoi spiegarmelo ora?”
Alzando un po’ la voce per sovrastare il trambusto,gli parlai.
“Esiste qui a Torino un particolare piatto,importato dalle nazioni orientali e preparato in pochissimi ristoranti in occidente, chiamato kebab. Il kebab è un piatto buonissimo, ma è ricco di piccante e soprattutto cipolle e, sul lungo periodo, crea fastidiose eruzioni ventose intestinali.
“E’ perciò nato, qualche tempo dopo, l’unico babekkér (il kebab al contrario è babèk) occidentale nonché rigorosamente piemontese, ovvero questo luogo, in grado di venderti un concentrato di alcool,menta piperita, polenta, bagnacauda, noccioli di oliva, Rum e Novocaina, più una decina di ingedienti ovviamente segretissimi.
“Questa miscela quando entra nello stomaco gli mostra come lasciapassare la bagnacauda: questo sviene immediatamente e lascia passare il tutto direttamente nel tubo digerente.
Qui, avviene una particolare reazione: la polenta,in combinazione con gli ingredienti segreti si gonfia, inspira, e risucchia tutti i fumi gastrici presenti, fino all’ultimo.
“Quando tutti i gas sono riuniti in un unico punto, entra in gioco la menta piperita, che provoca un’esplosione interna nel pignattone e spara all’esterno tutti i gas presenti, dissolvendo contemporaneamente la pagnotta che si era creata.
“Con un’unica, enorme espulsione ci si libera istantaneamente dei problemi di ventilazione eccessiva”.
Nietzsche stette a guardarmi, assorto.
Poi si illuminò.
“Vuoi dirmi che dopo che avrò assaporato il babèk avrò finalmente libertà intestinale? Che non dovrò più declinare le sfide al sollevamento pesi per paura di sfiatamenti inattesi?”
“E’ così”,gli dissi, “o almeno fino al prossimo kebab..o alla prossima zuppa”.

“Evviva! Proviamolo subito!”, mi incitò.
E così, ordinati due babèk, chiacchierammo del più e del meno, in attesa che la bevanda facesse effetto.

Parlammo sorseggiando al banco, soffermandoci su vari argomenti, finchè, resi anche un po’ allegri dalla quantità di rum presente nelle bevande, ci aprimmo l’uno verso l’altro.
“A me non piace il caviale!”,dissi io.
“E io odio le galosce!”, rispose lui.
“Se c’è una cosa che non sopporto, è la cannella!”
“Anche a me, anche a me”,disse lui,”ma sopra ogni cosa, odio i funghi. Solo il loro odore mi crea crisi di odio e tic all’occhio sinistro!”
“Maddai! Non ci credo!”
“Te lo giuro!”,mi assicurò lui.
“In realtà, secondo me la Chiesa non è che una gran chiacchierona”,dissi io.
“Se Dio è ovunque, perché mai devo andare a cercarlo in Chiesa? E’ troppo faticoso!”
“Ben detto”, ruttò il mio amico.
“Il mio sogno segreto è quello, infatti, di costruire una enorme chiesa che occupi l’intera terra,così da non dovermi più muovere da casa!”, dissi io alzando il bicchiere.
“Bravo!”,disse l’arianone davanti a me,”un ottimo sogno! Seguilo finchè ne hai uno!”.
Sorrisi guardando il mio bicchiere. Già immaginavo le scenate impotenti che mi avrebbe fatto Don Dolo, il mio parroco, chiamato così a causa del suo modo di camminare dopo il rito del calice di vino. Non avrebbe finalmente più potuto impedirmi di fare la pipì nell’acquasantiera: gli avrei infatti detto “Prete! Scegli: o qui, o nella cassetta dei poveri. Altro posto non c’è!”
Riflettevo su questi pensieri, quando mi accorsi del velo di tristezza che aveva avvolto gli occhi del mio amico.
“Che c’è? Tutto bene?”
“No, niente. E’ che…pensavo al mio, di sogno.”
“E qual è?”
“il mio sogno…è volare.”
Non risposi. Era un po’ pretenzioso,forse, ma era un gran bel sogno.
E poi avevo di fianco a me Nietzsche, mica il mio affittuario Fino che mi confessava che il suo sogno era essere meno fino in certi punti e più fino in altri.
Improvvisamente, però, gli tornò il sorriso.
Disse:”Teniamoci stretti i nostri sogni, perché finchè un uomo ha un sogno, è un uomo. Finchè un uomo ha un sogno”,disse alzando la voce,”un uomo è vivo! Finchè un uomo ha un sogno”,disse quasi urlando,”ha una luce che sa dove condurlo! Cosa rimane,” disse urlando col bicchiere alzato e gli occhi stretti, “ad un uomo, se gli togli il proprio sogno? Niente se non..”
Qui si bloccò, a mezz’aria, immobile.
Per un attimo, quasi mi spaventai: strabuzzò gli occhi e rimase con la bocca aperta.Il frastuono intorno rimaneva assordante.
Poi, chiuse gli occhi,li strizzò, si fece rosso,poi violaceo in faccia, cominciò a digrignare i denti.
Quando stavo per alzarmi e chiamare il barista per lamentarmi delle noccioline sul bancone, aprì improvvisamente gli occhi e la bocca e urlò:
“KEINE GEGENSTANDE AUS DEM FENSTER WERFEEEEEN!!!”, ed un rombo di tuono terrificante risuonò per tutto il locale.
Per un attimo, tutti ammutolirono. Nietzsche si asciugò la fronte e si rilassò. Aveva uno squarcio enorme sul sedere dei pantaloni. Tutti lo guardarono.
Alzarono i bicchieri urlando “ALLA TUA SALUTEEE!”, e tutto riprese come prima. Mi rilassai anche io: nessuno sfugge al babèk.

***
Continua

Inner Uìl Europa

Cari amicici!
(vento che fischia)

....

va bè, non so chi ci sia all'ascolto, ma se non mi avete più visto è solo perchè mi sono preso la mia bella febbre a 39.2 quest'anno e sono rimasto nell letto a sudare e contare gli sgrebi del soffitto per mantenere occupata la mente.

Come ben sapete,l'università ha indetto un concorso letterario con scadenza il 31 gennaio dove c'era un incipit e si doveva completarlo.
Non lo sapevate?
Bè nemmeno io, tant'è che sul sito di unito non c'è stato scritto niente(e io l'ho visitato quotidianamente per almeno un mese grazie ai casini del carico didattico di quest'anno),solo una mail mi ha avvisato il 26 gennaio. Siccome avevo 39.2 ho lasciato perdere, ma siccome anche, mi girano gli zebedei che facciano i furbi così, perchè i più malpensanti potrebbero pensare che si voglia "assegnare" soldi e buoni e ecc.ecc. a gente già conosciuta, vi sparo qua sotto l'incipit e ve lo continuo.

Non vi preoccupate, sarà palloso solo l'incipit.
I Candidati dovranno completare con un testo scritto in prosa il seguente incipit proposto dal
Magnifico Rettore:


“Quel giovedì di gennaio, lo stambugio che avevo preso in affitto a Torino mi parve più freddo che mai. Il mio corpo, diaccio malgrado le coltri che lo ricoprivano, non voleva saperne di rispondere ai comandi, non voleva saperne di levarsi e di affrontare lo giornata. Fu solo aggiogandolo a una forza di volontà che mai mi aveva difettato che riuscii ad abbandonare il letto.
Rischiarata dalla luce pallida che filtrava attraverso i vetri brinati dell'abbaino, lo soffitta portava le tracce amare della mia esistenza di studente: libri appoggiati a terra e chiusi da troppo tempo, mozziconi di candele e un paio di polsini bianchi che avevo indossato tre giorni prima per il veglione di capodanno. "Gran ballo per l'arrivo del 1889", così era impresso sul manifesto che troneggiava sulla porta della sala danze di Via Dora Grossa. E dentro tanti studenti, e sartine, e vino e musica.
Ma adesso tutto era passato: il vino, i balli, lo sartina bionda che avevo cinto ai fianchi... Contai i soldi che mi rimanevano: cinque monete, piccole, leggere come foglie secche. Fino al pomeriggio sarebbero bastati, poi ci avrei pensato: non sapevo che di lì a poco, per una delle imperscrutabili bizzarrie del destino, la mia vita sarebbe cambiata. Scesi le scale, sperando di non incrociare il signor Fino, il padrone di casa: con i suoi occhi severi mi avrebbe domandato della pigione e io non avrei saputo cosa rispondergli. E, per buona sorte, non lo incontrai se non dopo, in quella circostanza che mi avrebbe mutato per sempre.
La strada era ancora ingombra di neve ai lati, là dove gli spalatori ammonticchiavano quella che non veniva trasportata nelle ghiacciaie. Fu scavalcando uno di quei cumuli bianchi che vidi finalmente il signor Fino. Era al centro del selciato e col suo bastone da passeggio vibrava dei gran colpi a fendere l'aria, per allontanare i curiosi che avevano fatto capannello intorno a un carrozzino e al cavallo che lo tirava. Cos'era successo? Mi avvicinai, badando a non intercettare lo traiettoria di quel formidabile bastone, e capii lo ragione di quell'assembramento: un uomo, non più nel pieno vigore e tuttavia non vecchio, stava abbracciato al collo del ronzino e piangeva, accarezzando lo criniera dell'animale come avrebbe fatto con i capelli d'una sposa morente.
Guardai meglio e mi parve di riconoscerlo: ma sì. certo, non poteva essere che lui, il tedesco, anch'egli inquilino del signor Fino, seppure d'un alloggio ben più confortevole del mio. Santo cielo, il signor Friedrich Nietzsche, il pensatore di cui tutti all'università parlavano, stava lì, abbracciato a un cavallo, con l'occhio vitreo, più vitreo di quello della bestia, col viso stravolto dalla follia; stava lì in mezzo allo scherno, al ludibrio, al disprezzo di uomini dappoco, indegni persino di servirgli il vino in taverna; stava lì, con il solo padrone di casa a difenderlo dalla marmaglia.
Qualcosa come una rabbia sorda mi ribollì nelle viscere imponendomi di agire: la mia vita stava per cambiare.”

Ed effettivamente qualcosa cambiò, nella mia vita, ma non come voialtri aveste potuto pensare.
Tanta fu la mia emozione in quel momento,la mia rabbia,il mio ribollire, che per un solo attimo obliài il lungo pasteggio avvenuto alla scorsa festa di capodanno,in cui abbondai voracemente di una zuppa di fagioli,cipolle e legumi misti sapientemente preparata.

Così,mentre tutti non avevano occhi che per il vecchio piangente, mi frapposi in mezzo,ma nel movimento frettoloso un enorme e squassante peto fece vibrare la mia vita insieme con la cassa toracica, spargendo per l'aere sapore di pentola sporca e cipolle, spernacchiando i presenti più lontani e financo gettando nel fango nevoso un paio di cappelli dei più vicini.

La folla si divise immediatamente: chi rideva sguaiatamente e chi si scherniva le nari e fuggiva a rotta di collo,e pure il cavallo sbarrò gli occhi sentendosi amaramente battuto.
Ma il mio scatto non fu inutile: la folla venne alfine dispersa, poichè non a tutti era gradito l'olezzo che ormai ammorbava l'intera area.
Mi avvicinai allora al signor Fino, steso a terra e semisvenuto, poichè troppo presente alla mia performance di pochi secondi prima. Mi accertai che i suoi sensi fossero effettivamente venuti a mancare,cosicchè non dovesse chiedermi della pigione.

Il signor Fino era chiamato così per due motivi: quello più modano intendeva il suo nome come abbrevio di Serafino,derivato dal fatto che tutti cercavano di evitarlo,a causa delle pigioni da riscuotere,e accadeva di incontrarlo solo la sera,talvolta, e tutti lo salutavano. Per evitare ripetizioni, e dire "sera-sera-fino", la gente si limitava a dirgli " 'Sera, Fino".
L'altro motivo del suo nome derivava da più volgari vie, e dicerie, secondo le quali fossero state donne di strada di bassa lega a salutarlo abitualmente col nome Fino, con analogie alla sua dotazione maschile non esattamente esagerata.

In ogni caso, oggi era il mio giorno fortunato: il mio "Do di vita" aveva evitato la triste e fatidica domanda sull'affitto. Mi avvicinai allora all'uomo piangente, che in tutto ciò ancora non si muoveva nè profferiva verbo,limitandosi all'espettorato lacrimale.

-"Buon uomo, perchè mai piange?"

L'uomo mi guardò con i suoi grossi occhi liquidi e tremulanti e mi disse:
-"Piango, perchè questo cavallo viene ingiustamente frustato da anni, e non posso più sopportare di vederlo così sofferente. Ma non capite, sordida umanità,che il duo frusta-cavallo è affatto dissimile da quello frusta-uomo,quando anch'esso è schiavo, e che non vi sarà mai libertà per ogni uomo quindi,finchè anche un singolo cavallo continuerà a venire frustato?
Non capite che la crudeltà umana avrà fine solo quando ogni uomo si renderà conto che essere crudeli vuol dire anche solo frustare un cavallo? Non capite tutto ciò,folli sciocchi?"

E, parlando, menò un allodolìo di peto leggero e tintinnante,onde accompagnare adeguatamente il suo sermone.
Immediatamente capendo il suo stato d'animo,gli chiesi:
-"E' stato anche lei alla festa dell'altro giorno?"
-"Già.",disse tirando su col naso e giù col sedere.
-"Terribile quella zuppa vero?"
-"Non me ne parli, una tragedia, perfino i topi sono fuggiti dal mio appartamento."
-"Venga con me, conosco un posticino...un beverone un pò amaro forse, ma garantito contro i temporali intestinali."
-"La seguo volentieri", mi disse, preceduto da una sottile e lunga renzolina di contralto.

E così, slacciammo l'animale dal giogo,e ci avviammo per Torino alla volta del Babekkèr, il mio fido locale.

***

Durante la passeggiata, tra un rombo ed un tintinnio retrovocale, riuscii a fargli tornare il sorriso, e mentre scherzavamo e dileggiavamo allegramente dove una signorina dal vestito malmesso, dove un mercante dalla parlata sboccata, incontrammo un macellaio, a cui vendemmo il cavallo per un po’ di spiccioli.
-“Non posso sopportare di vedere questo cavallo ancora frustato”,mi disse con gli occhi che ridevano.
“E' meglio che lo venda! Così non lo vedrò più soffrire. Cosa ne fa il macellaio poi, ah, questo non lo so e non voglio saperlo! Non sono affari miei.”
Lo guardai sorpreso in faccia per un attimo.
“Ma tutto ciò…è crudele!”, gli dissi.
“Ahà.”
Un’increspatura veleggiò sulle sue labbra.
Scoppiammo a ridere insieme sguaiatamente, battendoci le mani sulle cosce e asciugandoci le lacrime,e ci avviammo verso il Babekkér. Eravamo entrambi felici per aver trovato i soldi per pagarlo.

***
Continua